La campagna di trasformazione del pomodoro 2023 debutta tra le incertezze dovute al clima e allo state of affairs socio-economico, con grosse incognite dal punto di vista della marginalità. «Penso al prezzo riconosciuto alla parte agricola, arrivato a 150 euro la tonnellata, sia al Nord che al Sud – commenta il presidente Anicav, Marco Serafini – Una situazione non facile per le nostre aziende». Lo stesso direttore generale Anicav, Giovanni De Angelis, ammette: «Si profila un’annata commerciale particolarmente complicata e sarà impossibile recuperare costi di produzione alle stelle».

Quest’anno i numeri vedono 68.600 ettari messi a coltura, con un incremento del 5% rispetto al 2022. Sulla base dei dati e considerando le rese storiche, è possibile prevedere una produzione di circa 5,6 milioni di tonnellate. Naturalmente si tratta di stime destinate a variare in relazione alle rese agricole e a quelle industriali, anche in ragione della qualità della materia prima conferita. Incombe l’incognita maltempo, col rischio del continuo susseguirsi di eventi estremi.

Il pomodoro da industria rappresenta la più importante filiera italiana dell’ortofrutta trasformata, con un fatturato complessivo di 4,4 miliardi di euro, 10mila lavoratori fissi e oltre 25mila lavoratori stagionali, cui si aggiunge la manodopera impegnata nell’indotto. L’Italia, terzo trasformatore mondiale di pomodoro dopo gli Usa e poco distante dalla Cina, resta il primo trasformatore di derivati destinati direttamente al consumo finale. Rappresenta il 14,8% della produzione mondiale (pari a 37,3 milioni di tonnellate) e il 56,5% del trasformato europeo.

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