Cos’hanno in comune il pesto Barilla, il cioccolato Domori, il caffè Barbera e la pasta Granoro? L’utilizzo della blockchain, la tecnologia digitale che permette di garantire la trasparenza e la sicurezza delle filiere agroalimentari. E che sempre di più si sta affermando anche come uno strumento per tutelare l’autentico made in Italy sui mercati internazionali. È in quest’ottica che il Consiglio dei ministri ha inserito la blockchain nel disegno di legge sul Made in Italy approvato lo scorso maggio. Una norma che dovrebbe dare ulteriore slancio a un settore già in crescita.

L’Italia è al terzo posto nella classifica mondiale per numero di progetti di blockchain applicati al settore agrolimentare, con il 10% del totale (fonte Osservatorio Good AgriFood) e advert aumentare sono soprattutto quelli operativi anche grazie a iniziative istituzionali. Come TrackIT, con cui l’Agenzia Ice sta promuovendo l’adozione della blockchain presso le aziende export-oriented di quattro filiere produttive, tra cui l’agroalimentare. TrackIT è gratuito, ci sono ancora 250 posti disponibili per il 2023 e l’adesione è aperta sino al 31 agosto. «Con questo progetto vogliamo fornire alle imprese strumenti tecnologicamente all’avanguardia che hanno come obiettivi la tutela delle filiere produttive e del model Made in Italy, dell’unicità e della storia dei prodotti italiani, oltre alla protezione dei marchi da fenomeni come la contraffazione e l’Italian sounding» dichiara il presidente di Ice Matteo Zoppas.

Il paradosso è che, in un contesto in cui l’attenzione è concentrata sulla sovranità alimentare e l’obiettivo primario è difendere il made in Italy, a sviluppare la blockchain nel settore agroalimentare sono soprattutto società straniere. Persino la parte tecnica di “FederItaly 100 per cento Made in Italy”, il primo marchio di origine e qualità delle eccellenze italiane certificato tramite blockchain decentralizzata, è curata da due fondazioni elvetiche.

«In Italia si è investito poco in queste tecnologie e quindi sono arrivati prima di tutto i participant globali e gli investitori internazionali che hanno finanziato le start-up» commenta Alessandro Chelli, co-founder e ceo di Trusty, una delle poche realtà 100% italiane del settore che collabora con una cinquantina di aziende dell’agroalimentare, come Pasta Mancini e Felsineo. Companion tecnico di TrackIT, questa start-up abruzzese sta esportando il suo know-how all’estero, dove ha già progetti attivi in Spagna, Francia, Costa d’Avorio, Colombia ed Etiopia. E punta a diventare un punto di riferimento per le filiere internazionali, in particolare in caffè e cioccolato.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *