Ci sono ancora pochi giorni per apprezzare la polpa grande, dolce e morbida della Cozza di Scardovari Dop. Dopodiché si dovrà attendere l’property del 2024, quando arriverà in vendita il nuovo raccolto. Oltretutto quest’anno gli estimatori dell’unica cozza italiana a Denominazione di origine protetta hanno avuto meno tempo del solito per gustarla visto che la sua stagione, già breve (tre mesi) si è ridotta per effetto dei cambiamenti climatici.

«Il riscaldamento delle acque salmastre, aggravato dai mancati interventi di vivificazione della laguna, insieme alla siccità e all’invasione delle macro alghe e del vorace granchio blu stanno mettendo a rischio questo prodotto e tutto il nostro comparto, il principale di tutta la provincia di Rovigo», spiega Paolo Mancin, presidente del Consorzio di tutela della Dop nonché vicepresidente del Consorzio Cooperative Pescatori del Polesine Op, che riunisce 1.500 associati (fra cui 700 donne) e fattura 60 milioni di euro.

Quest’organizzazione copre oltre il 10% della produzione italiana di cozze nonché il 100% di quella di Cozza di Scardovari Dop (un migliaio di quintali nel 2023), l’unica ottenuta dal seme autoctono di Mytilus galloprovincialis, prelevato in mare e in laguna, e allevato senza mangimi o farmaci nelle acque salmastre di Scardovari.

Il resto del mercato è fatto perlopiù dalla cozza atlantica (Mytilus edulis), il cui seme viene importato dalla Spagna e allevato negli impianti presenti lungo le coste. La cozza è la quarta specie ittica più allevata e l’Italia ne è il terzo produttore europeo.

Il che non basta, però, per soddisfare la domanda nazionale: il prodotto italiano copre solo il periodo da marzo a settembre, poi si deve ricorrere alle cozze fresche che arrivano da fornitori storici (come Spagna e Grecia) o emergenti, come la Croazia che ha appena registrato la sua prima cozza Dop.

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