Un progetto di ricerca e di innovazione a più mani, nato dalla collaborazione fra più soggetti e la cui importanza la si potrà misurare fra qualche mese, quando la soluzione sviluppata da Aton It, società romana di consulenza informatica a tutto tondo, avrà probabilmente trovato qualche applicazione nella filiera del vino nazionale. Il progetto in questione ha visto la partecipazione dell’Università Sapienza di Roma in veste companion accademico e ha coinvolto come “tester” l’azienda vinicola Caprigliano di Corchiano, in provincia di Viterbo, chiamata a validare le virtù di una piattaforma, denominata BinTraWine, che utilizza la tecnologia blockchain per garantire la tracciabilità di un prodotto lungo tutto il suo ciclo di vita.

L’obiettivo di partenza, come spiegano Fabio Maria Petriccione, direttore Ricerca & Sviluppo di Aton It, e Massimo Mecella, professore al Dipartimento di Ingegneria Informatica, Automatica e Gestionale (Diag) della Sapienza, period quello di garantire trasparenza, affidabilità, verificabilità, privateness e certificazione dei dati a tutti gli operatori coinvolti, offrendo un concreto contributo al processo di trasformazione digitale del settore agroalimentare e promettendo, più nello specifico, significativi benefici nel lungo termine alla filiera del vino.

Il ricorso alla tecnologia largamente impiegata nel mondo delle criptovalute è quindi funzionale a garantire l’accesso sicuro alle informazioni di una determinata etichetta lungo tutto il suo iter, dalla coltivazione e dalla raccolta delle uve fino all’arrivo della bottiglia nel circuito della grande distribuzione.

La valenza del modello BinTraWine, come sottolineano i due esperti, vuole essere duplice e trasversale: da una parte fornire a tutti gli operatori della filiera uno strumento di verifica per prevenire frodi o contraffazioni (attraverso la registrazione immutabile delle informazioni nella blockchain) e dall’altra soddisfare l’esigenza di quei consumatori che si affidano alle garanzie di autenticità e provenienza del vino con le certificazioni Doc e Bio.

Il progetto, allo stato attuale, è giunto alla fase finale di valutazione della soluzione software program e conta di superare i limiti finora riscontrati dalle sperimentazioni condotte nello stesso ambito di applicazione. Non si tratta del primo caso di applicazione della blockchain alla filiera del vino, insomma, ma è indubbio – come confermano Petriccione e Mecella – che in Italia l’adozione di questa tecnologia sia ancora molto modesta. E per diversi fattori, a cominciare dalla limitata consapevolezza e dalla mancanza di conoscenza di alcuni attori dell’industria vinicola, che possono essere determinanti per la resistenza all’adozione di nuovi strumenti. E poi il conservatorismo del settore vinicolo, fortemente radicato nella tradizione e potenzialmente scettico verso le nuove tecnologie, o ancora la complessità di questi progetti, in relazione al fatto che l’implementazione di una soluzione basata su blockchain richiede investimenti significativi in termini di sviluppo, infrastruttura e risorse finanziarie e umane.

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